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Due testi dello storico dei commons Peter Linebaugh, co-autore con Marcus Rediker di I ribelli dell’Atlantico uno dei mie libri preferiti, sull’importanza dell’ormai classico della storica femminista Silvia Federici Calibano e la strega. E’ una edizione riveduta e aggiornata de Il grande Calibano: storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale che Federici scrisse con Leopoldina Fortunati e che potete scaricare dalla biblioteca on line di Rifondazione.
«Nell’era neoliberista del postmodernismo, il proletariato è cancellato dalle pagine della storia. Silvia Federici recupera la sua sostanza storica raccontando la sua storia dall’inizio, con le doglie della sua nascita. Questo è un libro di memoria, di un trauma bruciato nel corpo delle donne, che ha lasciato una cicatrice nella memoria dell’umanità tanto profonda e dolorosa quanto quelle provocate da carestie, massacri e schiavitù.
Federici mostra che la nascita del proletariato ha richiesto una guerra contro le donne, inaugurando un nuovo patto sessuale e una nuova era patriarcale: il patriarcato del salario. Saldamente radicate nella storia della persecuzione delle streghe e della disciplina del corpo, le sue argomentazioni spiegano perché la sottomissione delle donne sia stata cruciale per la formazione del proletariato mondiale quanto le recinzioni della terra, la conquista e la colonizzazione del ‘ Nuovo Mondo’ e la tratta degli schiavi.
Documentando gli orrori del terrore di stato contro le donne, Federici ha scritto un libro veramente dei nostri tempi. Né compromettente né condiscendente, Caliban and the Witch esprime un’immancabile generosità di spirito e la dignità di una studiosa planetaria. E’ sia un appassionato lavoro di recupero della memoria che un martello dell’agenda dell’umanità.” – Peter Linebaugh su Autonomedia.
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Questo articolo di Victor Serge – un’appassionata difesa della rivoluzione russa nonostante il successivo Terrore staliniano – fu pubblicato nel numero di luglio-agosto 1947 delle rivista sindacalista rivoluzionaria francese Revolution prolatarienne fondata da Pierre Monatte. Lo pubblico nella traduzione apparsa sul sito 1917. E’ finalmente a disposizione del lettore italiano nel libro La rivoluzione russa curato da David Bidussa che merita la massima diffusione. Victor Serge è stato forse il più importante autore antistalinista ma, al contrario di altri, non rinnegò mai la rivoluzione russa e il bolscevismo di cui fu militante e testimone diretto. Se non conoscete la biografia di Serge vi consiglio un bel ritratto che gli ha dedicato Tariq Ali sulla London Review Of Books che ho tradotto. Le sue Memorie di un rivoluzionario sono davvero un testo fondamentale per capire il Novecento (vi segnalo la bellissima recensione di Massimo Carlotto) e non mi stanco mai di consigliarle. Serge a mio parere è stato un rifondatore comunista antelitteram perchè, come attesta questo testo scritto poco prima della morte improvvisa, non si poneva il tema di restaurare un’ortodossia ma di rinnovare il socialismo alla luce dell’esperienza storica e delle grandi trasformazioni in atto. Serge non si limitò a denunciare il tradimento da parte di Stalin dei principi del bolscevismo in nome della fedeltà a Lenin e all’Ottobre come Trotskij. Serge finì con il far arrabbiare lo stesso Trotskij, come racconta la sua biografa Susan Weissman in un articolo che ho tradotto. Quest’anno ricorre il centenario della rivolta di Kronstadt e proprio la riflessione che Serge scrisse su quei fatti tragici fu una delle cause della rottura (leggi articolo). Mike Davis scrive che Serge è stato “il più grande scrittore operaio del ventesimo secolo. Di sicuro è un testimone imprescindibile. Buona lettura!
Gli anni 1938-1939 segnano una nuova svolta decisiva. Grazie anche alle implacabili «epurazioni», la trasformazione delle istituzioni, come quella dei costumi e dei quadri di uno Stato che si definisce ancora sovietico, pur non essendolo più affatto, si è conclusa. Un sistema perfettamente totalitario ne è il risultato, i cui dirigenti sono i padroni assoluti della vita sociale, economica, politica, spirituale del paese, mentre l’individuo e le masse non godono in realtà di nessun diritto. La condizione materiale di otto, forse nove decimi della popolazione si è stabilizzata ad un livello bassissimo. Il conflitto aperto con i contadini continua seppure in forme attenuate. Continue reading VICTOR SERGE: TRENT’ANNI DOPO LA RIVOLUZIONE RUSSA (1947)

È difficile escludere che qualsiasi partito politico (dei gruppi dominanti, ma anche di gruppi subalterni) non adempia anche una funzione di polizia, cioè di tutela di un certo ordine politico e legale. Se questo fosse dimostrato tassativamente, la quistione dovrebbe essere posta in altri termini: e cioè, sui modi e gli indirizzi con cui una tale funzione viene esercitata. Il senso è repressivo o diffusivo, cioè è di carattere reazionario o progressivo? Il partito dato esercita la sua funzione di polizia per conservare un ordine esteriore, estrinseco, pastoia delle forze vive della storia, o la esercita nel senso che tende a portare il popolo a un nuovo livello di civiltà di cui l’ordine politico e legale è un’espressione programmatica? Infatti, una legge trova chi la infrange:
- tra gli elementi sociali reazionari che la legge ha spodestato;
- tra gli elementi progressivi che la legge comprime;
- tra gli elementi che non hanno raggiunto il livello di civiltà che la legge può rappresentare.
La funzione di polizia di un partito può dunque essere progressiva e regressiva: è progressiva quando essa tende a tenere nell’orbita della legalità le forze della reazione spodestate e a sollevare al livello della nuova legalità le masse arretrate. È regressiva quando tende a comprimere le forze vive della storia e a mantenere una legalità sorpassata, antistorica, divenuta estrinseca. Del resto il funzionamento del Partito dato fornisce criteri discriminanti: quando il partito è progressivo esso funziona «democraticamente» (nel senso di un centralismo democratico), quando il partito è regressivo esso funziona «burocraticamente» (nel senso di un centralismo burocratico). Il Partito in questo secondo caso è puro esecutore, non deliberante: esso allora è tecnicamente un organo di polizia e il suo nome di Partito politico è una pura metafora di carattere mitologico. Continue reading Gramsci sull’URSS e altro nei Quaderni del carcere (appunti)
Il dibattito su come ci muoviamo verso modi di vita ecologicamente sostenibili è la discussione più pressante dei nostri tempi. La settimana lavorativa più corta ha un ruolo cruciale da svolgere. Vi propongo un estratto da  Overtime: Why We Need A Shorter Working Week  di Kyle Lewis e Will Stronge che citano ampiamente A Planet To Win, il manifesto del New Green radicale (sull’edizione italiana trovate la mia postfazione). Pensare che a noi di Rifondazione Comunista ci davano dei matti nel 1998 quando chiedevamo la legge per le 35 ore a parità di salario.Â
Il dibattito su come noi come specie ci muoviamo verso modi di vita ecologicamente sostenibili (cioè, entro i nostri limiti planetari) è forse la discussione più pressante dei nostri tempi. La settimana lavorativa più corta ha un ruolo cruciale da svolgere. In una formulazione semplice: lavorare meno è sia necessario che desiderabile dal punto di vista ambientale.
Cambiare le metricheÂ
Con il crollo climatico già alle porte, la pressante necessità di cambiare rotta rispetto ai modelli capitalistici di crescita ha generato nuove discipline e approcci nel campo dell’economia. Uno di questi approcci è indicato come decrescita, un genere di ricerca e attivismo attivo da molti decenni, originariamente ispirato dall’ecologia politica di Gorz.Â
Coloro che sostengono la decrescita definiscono il suo approccio come prima di tutto una critica della crescita. La crescita economica è insostenibile di per sé, perché è inseparabile dalle emissioni di gas serra e da altri impatti ambientali negativi. In contrasto con i resoconti che sottolineano la necessità di una “crescita verde” o “crescita socialista”, i sostenitori della decrescita chiedono la detronizzazione della crescita come obiettivo e, al suo posto, l’installazione di un’economia politica focalizzata sull’utilizzo di meno risorse naturali per organizzare la vita E lavoro. Piuttosto che promuovere un modello economico destinato all’austerità , alla scarsità e alla recessione (le conseguenze socio-economiche solitamente associate a economie piatte o non in crescita), i sostenitori della decrescita e della post-crescita sostengono metriche e obiettivi economici che promuovono modi di vita alternativi, basata su principi di condivisione, convivialità , cura e bene comune. Come principale economista ecologico Giorgos Kallis e i suoi colleghi riassumono: Continue reading Perché l’ambiente ha bisogno di una settimana lavorativa più corta
Ho tradotto la trascrizione di un intervento del filosofo francese Frédéric Lordon in un dibattito su “ecologia e comunismo” con Andreas Malm. Interessante che il dibattito fosse organizzato tra gli altri da Extinction Rebellion lo scorso 6 giugno. Lordon è noto per il ruolo avuto nei movimenti di lotta contro la legge sul lavoro e la riforma delle pensioni. Il suo ultimo libro si intitola Figures du communisme ma non è stato tradotto in italiano. In questo intervento l’uso del concetto di leninismo è piuttosto provocatorio contro il senso comune orizzontalista e localista e anche contro le varie teorie dell’esodo assai presenti nei movimenti e nell’ecologismo. In realtà la posizione che definisce “leninismo” è propria di gran parte della tradizione socialista/comunista a partire dal Manifesto di Marx e Engels. Non c’è bisogno dirsi leninisti per sentire quella che Lordon definisce “l’urgenza vitale di una linea anticapitalista, il senso di una linea anticapitalista come emergenza planetaria”. Convengono su questo i Democratic Socialist Of America (basta leggere A Planet To Win) e tante/i che non si dicono e non sono leninisti in senso storico e teorico. Lordon usa un riferimento forte come quello al leninismo per polemizzare contro certi orientamenti dominanti nella sinistra radicale e nei movimenti come ha già fatto David Harvey. Va detto che purtroppo in Italia nella rarefazione delle lotte e della sinistra anticapitalista c’è un problema speculare: l’uso – che Lordon definisce “sciocco” – di Lenin come santino o fonte di citazioni destoricizzate e di un simbolismo del comunismo novecentesco persino staliniano come forma di autodifesa identitaria. Il discorso di Lordon è su un altro livello. Molto interessante per chi lavora per una rifondazione comunista.
Essendo molto meno informato di Andreas di ecologia, parlerò d’altro, ritenendo che i nostri due interventi saranno più complementari che contraddittori. In ogni caso, è improbabile che siano contraddittori. Penso che in realtà abbiamo una grande convergenza di opinioni su almeno tre cose – e anche importanti! La prima è da dove cominciare; la seconda è dove andare; e la terza (per quanto possiamo rispondere a questo) è come arrivarci.
Da dove cominciare, se non dal fatto dell’emergenza planetaria, che incrimina senza appello il capitalismo e pone l’unico obiettivo politico coerente di uscirne, di rovesciarlo? Qui si raggiunge facilmente un accordo tra ‘noi’ – il ‘noi’ della sinistra radicale, o la sinistra emancipatrice, insomma la sinistra anticapitalista. Poi sorgono le difficoltà : dove andare, come arrivarci? È qui che iniziano le differenze. Permettetemi di dire subito che né Andreas né io siamo in grado di dare risposte chiare e dettagliate a queste domande, il che probabilmente è positivo. Mi sembra che entrambi abbiamo un’idea sufficiente del problema per essere in grado di concordare sull’essenziale, vale a dire un certo approccio ad esso, un approccio, come ho detto, che suscita disaccordo a sinistra, un disaccordo vecchio ma costantemente aggiornato e investito di nuovi contenuti. Se dobbiamo dare un nome a questo approccio, lo chiamerei neo-leninismo. Poiché non posso parlare di ecologia, vorrei cercare di chiarire cosa intendiamo oggi per neo-leninismo.Â
Continue reading Frédéric Lordon: Ecologia e comunismo. Per un neo-leninismo
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