Trump con i dazi scarica sul resto del mondo la responsabilità della de-industrializzazione degli Stati Uniti. Come al solito i fascisti dirottano sul nazionalismo il malcontento che suscitano le contraddizioni del capitalismo. Invece di prendersela con i loro capitalisti i proletari statunitensi bianchi vengono spinti a prendersela da un lato con gli immigrati, la cultura woke, le minoranze sessuali e ovviamente dall’altro con gli altri paesi capitalistici che farebbero concorrenza sleale.
Trump e l’ultradestra attaccano il globalismo come se fosse un’invenzione della sinistra radicale e dei marxisti, degli europei o dei cinesi, dei canadesi o dei giapponesi, degli indiani o dei messicani. In realtà la globalizzazione è stata portata avanti dalle élite capitaliste USA a partire dalla fine degli anni ’70 come risposta alla forza delle classi lavoratrici e popolari dell’Occidente. Questa controrivoluzione fu un progetto politico, come insegna David Harvey, che si affermò con la vittoria del presidente repubblicano Ronald Reagan e con quella di poco precedente di Margareth Thatcher in Gran Bretagna. Se gli operai negli USA o in Europa avevano conquistato una forza contrattuale difficilmente aggirabile, se le classi popolari rivendicavano un sempre più alto livello di welfare da finanziare con una tassazione più alta dei capitali e dei patrimoni, se gli Stati intervenivano sempre più regolando la sfera economica limitando il potere del capitale per la classe miliardaria si era di fronte alla “crisi della democrazia”, come titolava il famigerato rapporto della Commissione Trilateral. E quindi bisognava delocalizzare le produzioni all’estero e liberare il capitale dai lacci e lacciuoli degli Stati nazionali troppo condizionati dai partiti di sinistra, dei sindacati e dei movimenti sociali.
In seguito anche i Democratici si adeguarono con il clintonismo. Dopo aver resistito negli anni ’80 con il crollo del Muro anche le socialdemocrazie europee si adeguarono raggiungendo la totale assunzione di quella logica con Blair e Schroeder. Dal 1991 la Russia e i paesi dell’Europa orientale furono definitivamente integrati nell’economia globale con terapie shock di privatizzazione.
Gli Stati Uniti utilizzarono tutta la loro potenza egemonica e anche militare per imporre quello che fu non a caso chiamato Washington consensus.
Per approfondire consiglio nella bibliografia sterminata sul tema i libri di David Harvey “Breve storia del neoliberismo”, Marco D’Eramo “Dominio”, Jeremy Brecher “Contro il capitale globale” e ovviamente quelli di Noam Chomsky.
Ricordo che in tutti gli anni ’80 e ’90 le classi operaie europee e americane resistettero alle delocalizzazioni e delle politiche neoliberiste. Il movimento contro la globalizzazione assunse una dimensione di consapevolezza globale oltre la resistenza localizzata nei singoli stati nazionali nel sud-est messicano nella notte di capodanno del 1994 con l’insurrezione zapatista, passò per la rivolta di Seattle, i Forum Sociali Mondiali di Porto Alegre, le giornate di Genova contro il G8 del 2001, le rivolte e le vittorie della sinistra antimperialista in molti paesi dell’America Latina, gli scioperi nelle fabbriche cinesi o coreane delle multinazionali, le tante mobilitazioni internazionali che continuano in tutto il pianeta. Noi di Rifondazione Comunista rivendichiamo di aver sempre contrastato la globalizzazione neoliberista (che èè cosa diversa da un generico “globalismo”) con un punto di vista internazionalista e di classe, mentre la sinistra moderata la faceva propria (da rivedere una puntata di Report su i globalizzatori) a partire dal trattato di Maastricht. Ricordo che D’Alema disse che a dividerci da loro era il nostro giudizio “catastrofico” sulla globalizzazione. In realtà la tendenza alla globalizzazione dei mercati è intrinseca al capitalismo, come segnalava Toni Negri ricordando Marx, ma finisce sovente nello scontro tra imperialismi come insegnava Lenin.
Ora Trump, con il sostegno di una frazione consistente della classe miliardaria USA, vuole riportare il lavoro e gli investimenti negli USA (in realtà è una tendenza cominciata prima in maniera meno strombazzata) con la guerra commerciale e i dazi contro i cattivi concorrenti sleali che hanno avuto la “colpa” di attirare gli investimenti delle multinazionali nordamericane.
Che la narrazione di Trump sia una gigantesca bufala lo testimoniano tonnellate di articoli e libri nel corso dei decenni.
Io scelgo la canzone di Bob Dylan Union Sundown del 1983 dall’elleppi Infidels in cui il cantautore lamentava la distruzione del potere contrattuale del sindacato che a partire dal New Deal era riuscito a imporre alti salari ai capitalisti.
TRAMONTO DEL SINDACATO
parole e musica Bob Dylan
Bè le mie scarpe vengono da Singapore
i miei flash da Taiwan
le mie tovaglie dalla Malesia
la mia cintura con la fibbia dall’Amazzonia
sai, questa camicia che indosso viene dalle Filippine
e la macchina che sto guidando è una chevrolet
è stata fabbricata in Argentina
da un tizio che guadagna trenta centesimi al giorno
Bè è il tramonto del sindacato
e ciò che è Made in the USA
Sicuramente era una buona idea
finchè non è nata l’avidità
Bè questo abito di seta è di Hong Kong
e le perle del Giappone
bè il collare del cane è dell’India
ed il vaso di fiori è del Pakistan
Tutti i mobili recitano “made in Brazil”
dove una donna sicuramente trattata come una schiava
porta a casa trenta centesimi al giorno
per una famiglia di dodici persone
sai, per lei significa un mucchio di denaro
Bè è il tramonto sul sindacato
e ciò che è fatto negli Stati Uniti
Sicuramente era una buona idea
finchè non è nata l’avidità
Bè, sai, un sacco di gente si lamenta perché non c’è lavoro
io dico “perché dite così
quando niente di ciò che avete è di produzione americana?”
Non fanno più niente qui
sai, il capitalismo è al di sopra della legge
Dice “non conta se non si vende”
Quando costa troppo costruirlo a casa tua
lo costruisci solo da qualche altra parte con minor spesa
Bè è il tramonto sul sindacato
e ciò che è fatto negli Stati Uniti
Sicuramente era una buona idea
finchè non è nata l’avidità
Bè il lavoro che avevi
l’hanno dato a qualcuno giù ad El Salvador
i sindacati sono un grosso amico d’affari
e si stanno estinguendo come i dinosauri
una volta abbondavano i raccolti nel Kansas
ora vogliono coltivarli sulla luna e mangiarli crudi
posso vedere il giorno in cui persino il giardino di casa tua
sarà contro la legge
Bè è il tramonto del sindacato
e ciò che è Made in the USA
Sicuramente era una buona idea
finchè non è nata l’avidità
La democrazia non governa il mondo
meglio che te lo ficchi bene in mente
questo mondo è governato dalla violenza
ma credo che sia meglio non dirlo
da Broadway alla Via Lattea
c’è un mucchio di spazio
ed un uomo deve fare quello che deve fare
quando ha una bocca da sfamare
Bè è il tramonto del sindacato
e ciò che è Made in the USA
Sicuramente era una buona idea
finchè non è nata l’avidità
La canzone di Dylan ci ricorda quando è cominciato a tramontare quell’american dream (almeno per i cittadini di pelle bianca) che alimentava la società dei consumi con gli alti salari. Poi si è affermato un altro modello fondato sui bassi salari e sull’importazione di merci prodotte all’estero con basso costo del lavoro.
Trump è arrivato dopo che il sogno americano era già svanito. A tal proposito consiglio il bel documentario di Noam Chomsky ‘Requiem per il sogno americano’ che fu trasmesso dalla tv della Svizzera italiana ma non dalla RAI:
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